Penso al Black Friday e mi vengono una serie di considerazioni di concetto. E allora via, le devo esporre. Abbiate pazienza, ma proprio devo, non posso evitare, dopotutto lo sapete anche voi che il mondo ha bisogno di me (e della mia intelligenza brillante). E allora via, vado.

Non mi pare che ci sia scritto nelle norme chimiche e matematiche dell’universo, o che sia stato imposto dalle leggi divine, che dobbiamo importare continuamente cellule della cultura consumista americana come se fosse di patto che ogni cosa che producano e tirano fuori dalle menti malate della loro massoneria debba poi venire riversata nel resto del mondo, come se ogni paese dovesse fare proprio ciò che fanno loro, accogliendo la globalizzazione statunitense di costume e di cultura in ogni angolo del pianeta senza poterla rifiutare, mancando di pietà nei confronti di chi vuole semplicemente vivere in pace, senza avere un prodotto Made in Usa perfino dal panettiere.

Eppure, dopo la piaga satanica di Halloween, le basi militari per il mercato delle armi e il colonialismo militare “silenzioso”, le mode che hanno svestito la donna riducendola a mero oggetto sessuale (e annullando ogni intelligenza nel suo cervello), i programmi televisivi spazzatura che alimentano l’infangata cerebrale dei più piccoli, i reality che alimentano il disgusto per il genere umano, le guerre che han trascinato con sé gli eserciti di un terzo del pianeta, i prodotti musicali che hanno distrutto il concetto di musica, i prodotti dell’entertainment che generano iniquità, promuovono allusioni subliminali sataniche e mille altre cose, ecco ora arrivare da noi l’ennesimo risultato inutile delle loro “idee” commerciali, il Black Friday.

Di certo non sarà un contenuto spazzatura come i mille altri importati senza ritegno nel resto del mondo, dato che questo Black Friday aggiunge nulla ad una formula di mercato che già si trova radicalizzata nella nostra società e che comunemente chiamiamo sconto, eppure una serie di associazioni mnemoniche quando sento nominare questo termine mi vengono a galla ed eccomi qui, così, ad appuntare qualche considerazione globale, più o meno random. Qualcosa già l’ho detta. Proseguo. Se dico Black Friday dico america e questo già l’ho detto. Se dico Black Friday dico sconto ed ecco una piccola considerazione che mi giunge e che mi fà pensare all’illusione strategica del risparmio. Apriamo un piccolo capitolo a parte.

Entrate in un negozio e trovate lo sconto del 23%. Quindi, quel capo che costava (o così viene detto) 70 euro, ora costa 53,90. Voi pensate “cavolo, costa 53 anzichè 70, compriamolo!”. Nella realtà è la classica trappola per topi. Perchè, io ci ho fatto caso ed è sempre stata la mia chiara e infallibile percezione (essendo un essere superiore), quel capo non è mai costato 70 euro. Il cartello mette in gioco due prezzi di cui uno tagliato per farvi credere che ora è sceso di quella percentuale che viene mostrata nel prezzo nuovo. Ma in realtà il capo viene venduto direttamente al prezzo che vedete come scontato. Quindi un originale fonte di 70 euro di valore d’acquisto sul capo non ci sono mai stati e non c’è stato nessun abbassamento del 23%. Questo avviene nella stragrande maggioranza di negozi di vestiti, accessori, profumi e quant’altro. Certo, non che gli sconti siano tutti irreali e falsi e non che nessun negozio faccia sconti per davvero. Ma molte volte, un grande, grandissimo numero di volte, è così.

“Wow! Hai scoperto l’acqua calda!”, disse il visitatore. Eh, boh, mah, l’ho detto e via.

Usciamo e torniamo a noi. Lo sconto, dunque. Un elemento già esistente, ovviamente, e che abbiamo da sempre esposto nelle stagioni più disparate e che ora assume una freccia in più al servizio dell’arco, con l’aggiunta dello sconto sotto natale che importa la denominazione statunitense. Come se ne avevamo bisogno. Lo sconto che incita il consumismo, come se già non ce ne fosse abbastanza, e che ci ricorda che per esistere bisogna per forza comprare, possedere, avere. Se possediamo 50 oggetti siamo felici ma se ne possediamo 100 siamo ancora più felici. Questa è la dottrina subliminale partita dai paesi principali del mercato quali, in prevalenza, indovinate, gli Usa.

Ora, senza voler per forza fare una catechesi critica per via del fatto che il Black Friday è giunto anche da noi, vorrei solo annotare (e l’ho già detto e voi l’avete anche capito, vero?) che questo “import” inutile e superfluo di un’idea statunitense, mi ricorda l’astio che ho verso la cultura americana della globalizzazione, dove ogni paese dev’essere americanizzato, deve avere il prodotto americano, deve comprare il prodotto americano e deve seguire i modelli culturali, politici e militari americani. E dove se domani a Tom Cruise cadono due peli della minchia, tutto il mondo deve fare un minuto di religioso silenzio per una questione di osservanza e rispetto dell’idolo. Quindi, il Black Friday sarà anche inutile, ma, personalmente, mi ricorda questo discorso.

Oltre a quanto già detto, e lo ribadisco, il punto concettuale di quanto scrivo è l’associazione tematica che faccio, a memoria, quando penso al Black Friday. Un pò come mettere su carta un equazione. Black Friday = Usa = ombra della mano statunitense ovunque e dovunque. Anche in ciò che sembra piccolo e superfluo.

Black-friday-Wembl_3121002k-large_trans++qVzuuqpFlyLIwiB6NTmJwfSVWeZ_vEN7c6bHu2jJnT8 (1).jpg
Non so se questa scena nello specifico sia vera o staged, ovvero pianificata, pur se scene così accadono e sono accadute realmente. Comunque, fà un bell’effetto. Ironico, ovviamente.

Ribadisco un’idea che ho già esposto. Quest’intrusione del venerdi nero non è realmente così sottile e passiva come si intende, essendo soltanto l’ennesimo tentativo di ricordarci di comprare. Di sollecitarci a farlo, per forza, a tutti i costi. Come se già i 4 miliardi di spot l’anno che vediamo in tv che ci vogliono portare nella rete del consumo non bastassero. Ma anche in questo caso bisogna prendere le cose con le dovute proporzioni, senza aggiungere più di quello che ci sia. 

Certo, anche se una parte di questo articolo vuole esporre una serie di punti dovuti al disagio associativo evocato dal venerdi nero americano e di considerazioni varie su questioni altrettanto varie, in realtà voglio anche e fondamentalmente appuntare che il Black Friday è l’ultima aggiunta allo sterco, sia per quanto detto finora che per presa di posizione.

Certo, questa nuova aggiunta, di cui potevamo fare a meno, non rovinerà il mondo, già rovinato di suo, ma, ancora una volta dopo i mille predecessori, mi ha fatto sentire l’alito degli Usa attorno, nonchè l’ennesimo richiamo mediatico, pompato e assillante, che ci vorrebbe portare dentro un negozio a tutti i costi. E non mi piace.

Così, solo per dire.