Visto in una scadente e logora versione in dvd, la cui edizione presentava un master derivato con discrete probabilità da una sorgente vhs, un aspect ratio in 4:3 (1.37:1) e una qualità video di poco superiore alla capacità di risoluzione di un laser-disc, Heat si è rivelato essere la conferma di quanto già sospettavo abbondantemente prima della suddetta visione. Ne avevo sentito parlare per anni e anni e non ero mai riuscito a vederlo, e ogni qual volta recepivo il suo nome da qualche parte (sia che venisse pronunciato in strada o al Tg), sentivo un aurea di leggenda circondare il titolo.

dvd_heatAvevo già raccolto, negli ultimi tempi, le dicerie popolari sulla qualità di questo thriller, divenendo quindi consapevole che si trattasse di qualcosa universalmente riconosciuto come un must e, guardandolo, non ho potuto che constatare dapprima quanto il popolo cinematografico avesse ragione (si, il film è bellissimo) e, in secundis, quanto le capacità espressive di questo drama criminale e sociale siano decise e compatte, offrendo un contenuto che si rivela essere l’esaltazione della maturità d’autore. Quindi, una volta finito di vedere, non ho fatto altro che varcare la linea di demarcazione tra coloro che non lo avevano mai visto e coloro che ora possono dire di averlo visionato, allineandomi come conseguenza implicita con coloro che già avevano decretato una critica positiva a riguardo, enfatizzando e declamando le sue qualità cinematografiche. Heat è quel tipo di racconto criminale creato non per intercettare il gusto dell’audience, compiacendo la volontà dei dirigenti (i produttori) di costruire un progetto a tavolino per l’audience di consumatori casuali del genere thriller e offrirlo così come prodotto, ma bensì come qualcosa che converge sul mercato per un deliberato consenso creativo da parte del suo creatore e che è stato plasmato direttamente dalla sorgente intellettuale del suo stesso autore. Una sorgente che si è espressa in lungo e in largo realizzando uno dei “romanzi” d’autore cinematografici per eccellenza..

Heat, da noi giunto con il sottotitolo La Sfida, è un thriller all’interno del quale assistiamo ad una storia criminale, senza gli archetipi della diegesi e le convenzioni strutturali della sinossi di un qualsiasi film di genere. Storia che non ripiega su una sceneggiatura specificatamente programmata per offrire le idee-tipo del film di genere inscatolato e tipico. Dimenticatevi il poliziotto “eroe” che risplende di una morale limpida e perfetta. Dimenticatevi la concatenazione di effetto e causa secondo la quale dinanzi un azione dei criminali vi si piazza sempre un’azione dei poliziotti che ripaga quella “cattiva” e che vince sempre e comunque, con una retribuzione dei meriti netta e immediata, con tanto di lieto fine, lacrimuccia e un pò di miele a decorare la sua superficie patinata. Dimenticatevi la solita ovvietà di scene di fabbricazione industriale. Dimenticatevi la cultura del classicismo risaputo ormai fin troppo ripetuta e dozzinale (vedi i soliti cliché quali di inseguimento su mezzi, sfida uno contro uno tra eroe e boss, donna da salvare in bilico tra vita e morte e quant’altro). Mann, autore e co-sceneggiatore dell’opera assieme a Linson, ha voluto scrivere liberamente un racconto ispirato ad un evento realmente accaduto, e l’ha fatto sfruttando le risorse adulte del proprio intelletto, attraverso una modalità creativa mediamente più matura della media, scrivendo così una storia che non soffre di stereotipi banalmente rielaborati.

de-nirooHeat possiede due poli opposti, l’uno avversario dell’altro, ovvero la polizia americana e una banda della criminalità organizzata. In questo, Mann ha concretizzato uno degli elementi primari della pellicola, ovvero i personaggi, a loro volta seguiti dai massicci dialoghi story-driven; sono due delle risorse di linguaggio attraverso la quale si distingue e si esprime la semantica dell’opera. Ne parlerò in modo approfondito in seguito. In aggiunta, Mann centra il binomio interlacciato, cooperativo, tra personaggio e ambientazione. O potrei definirlo connubio, sottolineando maggiormente il rapporto tra soggetto e scenario. I primi non potrebbero esistere senza il secondo, ma il secondo non avrebbe il medesimo senso e fine e non sarebbe valorizzato se non avesse il medesimo contenuto qualitativo da contenere (i personaggi e la storia). In questo film, Mann costruisce l’ambiente, costruisce i personaggi che prendono vita all’interno dell’ambiente, e costruisce una storia che prenda vita dai suoi personaggi, offrendo un racconto completo che offre una serie di sovra-strutture narrative, raccontando i personaggi dentro la città, e la città dentro il film.

Mann racconta quindi la storia di una città, sotto intendendola ed esprimendola attraverso la personalità e le azioni dei suoi abitanti, e la città all’interno della sua storia, con un plan di idee chiaro e delineato. Egli aveva un piano artistico, una visione razionale, perfettamente chiara e precisa nel suo disegno. Far si che i personaggi abbiano una personalità distinta e prendano vita, far si che vi sia una storia che si anima attraverso il rapporto di azione e reazione scaturito dai suoi personaggi e far si che la città sia un background attivo e non passivo, capace di sottolineare il contesto sociale e morale dell’argomento, è quello che Mann ha centrato, riuscendo a costruire una città che è tutto tranne che un’altra serie limitata di scenari scelti dal casting di produzione per contenere le scene. Città che è divenuta, tra le altre cose, modello di ispirazione per i registi a venire, divenendo il modello-soggetto ambito da molti autori. Fonte di ispirazione anche per Christopher Nolan, come dichiaratamente espresso in un intervista, dove citò il background scenografico di Heat come punto di riferimento per la Gotham di Batman the Dark Knight.

heat-8Il corpo ideologico dell’opera riesce a differenziarsi e a distinguersi dall’offerta di mercato attraverso un realismo caratterizzato da uno stile del tutto personale, nonchè valorizzato dal talento registico del suo autore. Heat non offre l’action-thriller americano qualunquista per il mercato di massa, precludendo, quindi, l’irrealismo delle sequenze d’azione, il sensazionalismo retorico del drama, l’ipocrisia di plastica dello spessore morale “impacchettato” a tavolino. Dove gli altri film propongono dei plot su base reale sviluppati, però, attraverso una costruzione irreale che offre il solito patchwork di intrattenimento fine a sé stesso, qui Mann sbaraglia la concorrenza dei cliché che i produttori erano già pronti a disporre sul tavolo ancor prima del greenlight. Non troverete la classica scena in slow-motion dove l’eroe cercherà di salvare in punto di morte la donzella di turno, né tantomeno le scorribande d’azione dei film con Bruce Willis, né tantomeno i soliti cliché del pacchetto “sentimentale” integrate per intercettare il gusto medio. Qui siamo nel territorio della cronaca criminale foto-realista, trattata in modo adulto. Siamo ben distanti dalla concorrenza in quanto a caratterizzazione dei personaggi, sviluppo narrativo, composizione ritmica (quanto di più atipico ci sia nella categoria, fidatevi), fotografia e dialoghi. 

Come già espresso, Mann mette in gioco due fazioni distinte, una pletora di personaggi ben concepiti e idealizzati, con le singole sfaccettature comportamentali e morali che ne conseguono, senza mai separare “perfettamente” il bene e il male come vuole la fiaba moderna. Una storia che fà sua l’umanità decadente, ambigua e talvolta incline al male dei suoi personaggi, concretizzando una storia criminale non necessariamente automatica nei suoi risvolti e non necessariamente netta, come già espresso, nella separazione tra bene e male, invertendo quindi l’archetipo dove il bene è bene in modo netto e distinto e dove il male è male in modo altrettanto netto e distinto. Ciò non vuol dire che Mann sia confuso e che abbia offerto uno script altrettanto confuso, ambiguo e criptico, capace di confondere la percezione del male e del bene. Tutt’altro.

Dove in un qualsiasi altro film, il cattivo sarebbe stato dipinto unicamente come un cattivo e basta, svuotandolo, quindi, di ogni umanità possibile e potenziale, qui Mann agisce diversamente, mostrando anche il lato umano dei personaggi che stanno dalla parte dei “cattivi”, ed offrendo un’umanità più sofferente e ferita nei personaggi che invece stanno dalla parte dei “buoni”. Mann dipinge i suoi personaggi con quella pluralità di sfaccettature che compongo un essere umano, fatto sia di luce che di ombre, e non solo dell’uno o dell’altro, offrendo quindi un introspezione più matura e strafottente degli stereotipi di fabbrica. L’uomo è uomo e non è mai 100% bene o 100% male. In egli vi è sia la naturale inclinazione al male (verità dogmatica per noi cattolici) sia la naturale coscienza morale scritta nell’anima, mai perfetta, talvolta instabile, ma presente. Sono le scelte e le singole decisioni in virtù della propria coscienza che qui distinguono i personaggi dal classico manierismo in fase di scrittura. I personaggi del thriller di Mann, sono, in pratica, normali. Ed è questa la grande “rivoluzione” di Heat. In essi si scorge un introspezione matura dell’antropologia umana, distanziandosi quindi dagli stereotipi del thriller di genere. I suoi personaggi sono credibili perchè costruiti attraverso una concezione percettiva maggiormente realistica.

downloadHeat offre una certa ricchezza di materiale che si dipana lungo le sue due ore e cinquanta di durata. Per ciò che concerne la trama, le prime battute del film, le quali mostrano una rapina organizzata mediamente riuscita, per quanto confluita in un massacro, è solo una scusa per far si che la storia si metta in moto, partendo da una sorta di idea-evento dalla quale partire. Una sorta di hub dalla quale, poi, si snoda la vicenda, liberandosi da uno sviluppo lineare convenzionale e dirigendosi altrove, verso territori tutt’altro che tassonomici e risaputi, in piena autonomia. Heat non vive per il mero e tipico caso poliziesco fine a sé stesso (che mira a mostrarvi il risvolto dello stesso caso e vive e si sviluppa unicamente dentro di esso) o per raccontarvi quanti criminali vengono presi con l’applauso dei poliziotti in commissariato, con l’eroe superstite ferito che sorride come ultimo fotogramma disponibile. Mann si distacca con una marcata personalità d’autore dalla stereotipata concettualizzazione delle trame, dove in genere un film nasce e si conclude in virtù di un azione “cattiva” fatta dai “malvagi” che permette ad una reazione “buona”, fatta dai buoni, di scaturire e di avere luogo, attraverso una diegesi che enfatizza sulla caccia criminale e che mai si avventura in abbondanza nell’intimità dei suoi protagonisti, e che mai varca, quindi, il confine volutamente limitato di genere.

Qui, il rapporto di effetto e causa, nonché di azione e reazione, si delinea differentemente, andando a raccontare il “dopo” della rapina, allontanandosi verso un “altrove” che distingue la personalità del film in modo differente dalla massa, evitando quindi l’equazione del genere poliziesco che vuole banda di criminali = azioni cattive che equivale a buoni che intervengono = cattivi ad un passo dalla cattura  che a sua volta equivale a cattivi che reagiscono = cattivi presi dopo un tentativo fallito. Non che questa equazione non possa rivelarsi qualitativa, laddove venisse rielaborata e realizzata con ispirazione, ma non è specificatamente il tipo di scrittura offerto dal film di Mann. E’ chiaro che l’equazione poc’anzi scritta può essere sempre fonte di sceneggiature di qualità, così com’è vero che, nell’opera di Mann, c’è il principio di azione e reazione, così come la caccia nei confronti di chi fugge, e la reazione del fuggitivo nei confronti del cacciatore, ma è differente da ciò che è tipico. Heat ignora con la sapienza di un geek la cultura del tipicismo d’annata, sopratutto quello visto nei film anni 70′, parlando dei propri personaggi ed esprimendosi attraverso una dose massiccia di dialoghi, presenti in quantità elevata. La logica narrativa del film mette in scena una sinossi che non evita né tantomeno gli effetti e le conseguenze collaterali dell’essere parte di una banda criminale organizzata, né tantomeno la violenza che si sparge laddove queste bande agiscono, esprimendo dei contenuti e dei contesti specifici, e dipingendo la qualità delle azioni dei vari personaggi coinvolti in modo altrettanto specifico, racchiudendo al proprio interno una serie di figure sporche e macchiate di iniquità.

Per quanto la polizia sia implicata in una logica appartenenza alle “forze del bene”,  la psicologia e la personalità del personaggio che fà da uomo-chiave della polizia, il Vincent Hanna di Al Pacino, non offrono una dottrina morale perfettamente “perfetta”, come se fossero separate in modo netto e marcato dall’inclinazione ad un modello comportamentale più ambiguo e irrequieto, ed è proprio qui una delle componenti più zuccherate e consistenti dello script di Michael Mann, nonchè una delle “risorse” della pellicola per eccellenza. Come già espresso. Qui Mann ha concretizzato questo aspetto in modo attento e voluto, nonchè consapevole durante il processo creativo. La costruzione dei personaggi equivale alle fondamenta espressive della sua opera.

alpacinoIl Vincent Hanna di Al Pacino, ragazzi, è uno spettacolo. Costantemente sotto l’effetto biologico della cocaina (lo dico a carattere informativo, senza alcuna implicazione qualitativa), mai realmente “calmo” o moderato, mai contenuto nelle sue reazioni emotive. Al Pacino offre una performance nevrotica, emotiva, capace di bruciare gli archetipi accademici di genere, capace di sregolare la regolarità del comportamento umano a seconda del contesto, comportamento sempre inaspettato e capace di fare da protagonista da solo con la “semplice” interpretazione della sua parte, oscurando tutto il resto. In lui non c’è un uomo tranquillo e metodico, ma piuttosto un professionista formato che si, vuole sconfiggere il criminale ed estirparlo alla radice, ma è anche sofferente e lievemente instabile nella struttura della personalità. Un personaggio quindi che corrisponde ad un’umanità più sofferente e affine al mondo reale, più meta-realistico che macchietta-oriented, mai finto o esageratamente “perfettino” come vuole la produzione americana più dozzinale. Egli si distanzia quindi dagli archetipi visti in sala e da una realtà meno ovviale e più credibile. La sua performance mi è piaciuta da morire, forse perchè, tra le altre cose, provo anche e personalmente un attrazione verso il modello caratteriale del suo personaggio (sarà che, almeno in parte, mi identifico nel suo lunatismo) e perchè, come già ribadito, il suo acting-style è da 90, figlio di un lavoro interpretativo magistrale, che evita lo stereotipo del poliziotto “perfetto”, falso nel suo positivismo forzato. Al Pacino offre un manuale di normalità, quella normalità che ci contraddistingue tutti, dove il bene è ciò che ci guida, ma dove sono tante le singole sfaccettature che costituiscono la nostra personalità, bucata da un mondo che ci ha fatto soffrire. Al Pacino mette a segno una performance da 90 degna delle sue doti interpretative che hanno del teatrale e dell’epico.

Quando, invece, la cinepresa inquadra De Niro, interprete del cattivo Neil McCauley, anche qui Mann mette in luce una sorta bipolarismo/dualismo della personalità, mettendo in chiaro che il lato oscuro di McCauley è tale solo fino ad un certo punto e di come anche il lato buono non è che non sia presente, ma è, semplicemente, talvolta usato meno o in contesti più intimi, o diversamente gestito dal suo proprietario. Anche qui Mann approfondisce la tridimensionalità psicologica del personaggio, mai schematico o binario, ma piuttosto libero di esprimersi diversamente, capace di mostrare una morale deviata e incline al male, ma mai definitivamente separata dal bene e, quindi, ancora salvabile e redimibile. Un personaggio interessante e ricco di una personalità tutta sua, anche qui reso vivo grazie alla straordinaria dote interpretativa di Robert De Niro, mostruoso talento attoriale da 90.

La separazione morale tra le due “fazioni”, coadiuvata da una creativa e controllata scrittura in fase di scripting, gira e ispeziona quindi l’interiorità e l’intimo dei suoi personaggi, gli elementi attraverso il quale il film si esprime per la maggiore, mettendo come risorsa secondaria e complementare l’azione. Mann si è sbizzarrito concependo e scrivendo arbitrariamente dialoghi, situazioni, dinamiche e relazioni, in linea con la sua intima visione d’autore. Lo script offre intere porzioni di pellicola che rivelano la loro ricchezza nei dialoghi e nelle dinamiche sociali, limitate in termini di contestualizzazione, offrendo un robusto apparato qualsiasi cosa esso mostri o faccia. Heat è ricco di materiale romanzato, con tante cellule individuali che enfatizzano sui propri personaggi, fin troppo spesso abbandonati ad una stereotipata visione di genere in produzioni analoghe. Un parallelismo simbolico insito nel film vede sia i “buoni” e i “cattivi” aventi in comune una serie di elementi, tra i quali le relazioni affettive, ognuna gestita differentemente a seconda della prospettiva. Le singole decisioni dettate dal coinvolgimento emotivo, saranno invece un condimento supplementare della loro caratterizzazione.

jon-voight-heat-movieHeat è fondamentalmente graziato da una scrittura narrativa robusta e da un lavoro in termini tecnici e di cinematografia eccellente. Il film offre una fotografia urbana da incubo, capace di penetrare le atmosfere e i toni di una città decaduta e capace di raccontare con il valore della verosimiglianza un fatto realmente accaduto, da cui, lo ribadisco, Mann ha tratto ispirazione per l’ideazione del suo film. La fotografia è da sturbo ed offre una visione capace di interpretare l’immaginario di Los Angeles, deturpando l’aspetto da sogno offerto invece da produzioni antecedenti, offrendo una reinvenzione sporca e penetrante, personalizzata da brivido. Un immagine soffocata, degradata, che dà sfogo alla fobia e al degrado dell’America anni 90′. Il suono, altra risorsa di grande qualità, riesce ad unirsi all’immagine grazie a delle robuste creazioni musicali da incubo, capaci di sottolineare l’arrivo della tempesta, la degenerazione in caos di un qualcosa che precedentemente si era mantenuto moderato. La colonna sonora è centellinata con grazia. Il corpo musicale si fà vivo solo quando serve, sottolineando con intelligenza i passaggi che potevano, per l’appunto, venire valorizzati e ulteriormente ingigantiti sotto il profilo qualitativo da un accompagnamento sonoro. E così è stato. Il sonoro fà quindi la sua comparsa attraverso una distribuzione razionale ed parsimoniosa, senza mai invadere lo schermo con pretestuosi eccessi di protagonismo o invadenti temi caotici e cacofonici. Egli è presente ma solo quando necessario. Nel complesso, offre un contributo soppesato e ispirato, ricco di qualità, grazie ad una serie di temi costruiti con una vera e propria visione sonora d’insieme che riesce a tramutare in suono l’identità spirituale del film, così come il suo ritmo e la sua suspense, la sua azione di sfogo e il suo racconto.

La quantità di dialoghi è elevata e chi si aspetta una diegesi, o per così dire una grammatica narrativa, che alterna maggiormente e con tempi di distacco minori azione e riflessione, potrebbe rimanere deluso o perlomeno relazionarsi con un film ben differente dalle sue aspettative di intrattenimento, magari percependo personalmente una sorta di tediosità emotiva davanti il lungo racconto, particolarmente verboso nel suo essere. Mi pare chiaro, dopo quanto espresso, che non l’ho reputata una falla né tantomeno una conseguenza di eventuali capacità creative limitate ma bensì una precisa e deliberata scelta di espressione da parte del regista. Così ha voluto e così ha fatto. Questa è l’identità specifica del linguaggio che Mann ha voluto scrivere, arricchendo la sua storia di fatti mai astratti, ma sempre concreti e diretti. Mai metaforici o semiotici, ma sempre espliciti nel loro linguaggio criminale, psicologico, dove Mann reinterpreta il tema poliziesco della caccia, effettuando una creazione del contenuto che mette un prima e un dopo nella storia dei film di questo tipo.

HEAT

L’azione è complementare e di supporto, non è il fine ma bensì il mezzo, ed è uno dei mezzi di espressione disponibili. L’azione arriva, c’è, ricompensa chi la richiede a gran voce, ma arriva soltanto dopo una lunga gestione delle sue ricchezze narrative. L’azione, una volta che giunge, delizia chiunque voleva una fetta abbondante del film in cui a parlare non è il dialogo ma bensì la violenta reazione impulsiva di qualcosa che giace, in attesa di essere liberato, nell’anima di coloro che architettano le peggiori azioni. Quando l’azione arriva, Mann gestisce con sapienza la sospensione del fiato, la forza della tregua e della caccia, la conflagrazione del caos, distruttivo ma pulito nel suo incedere. Heat è quindi un thriller intelligente, dove l’azione avviene solo quando giustificata dal contesto, venendo ripartita solo in determinate occasioni e offrendo un inaspettata e sapiente gestione, con una distribuzione rarefatta, contestualizzata, volutamente limitata ma impressionante quando accade, mostrando sequenze dove la caccia al criminale più classicamente satura e priva di soluzioni visionarie viene messa da parte ad appannaggio di idee e inquadrature che offrono un collage artistico di prospettive ricercate, che riprendono con un idee precise e certosine il come della caccia e della fuga, della violenza sociale che viene dopo la sparatoria, con i suoi campi lunghi, i suoi close-up, le sue inquadrature che offrono uno schema grafico strutturale pulito e preciso, la suspense ben distribuita, l’azione deflagrante e via discorrendo.

Heat è, in conclusione, un gran film ed uno dei migliori thriller che siano mai stati realizzati, nonchè uno dei capolavori del cinema. In esso si riscopre la forza di un racconto d’autore maturo che mette da parte tutti gli strumenti e le informazioni di racconto inutili e si concentra laddove molti film falliscono o evitano di introdursi. Un opera che ha influenzato i crime-heist movie a venire e che tutt’oggi affascina con la sua forza di espressione, mai più, o quasi, riscontrata nei film odierni.


Heat 

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  • Regia: Michael Mann
  • Sceneggiatura: Michael Mann
  • Musiche: Elliot Goldenthal
  • Cast: Al Pacino, Robert De Niro, Val Kilmer, Ted Levine
  • Durata: 170 minuti
  • Anno: 1995
  • Box Office: $187.000.000
  • Like personale: 90%+
  • Edizione consigliata: blu-ray