Per il secondo anno consecutivo Disney ci propone la sua idea di regalo natalizio, intercettando la voglia consumista da porci che la massa di fan fedelizzati ha e mettendo sul mercato, a grande richiesta, il suo nuovo giocattolo, visto che i bambini si sono già stancati di giocare con le action figure di Episodio VII Il Risveglio della Forza. Nel mondo ci sono papà e mamma che a ridosso del Natale dovranno pur comprare qualcosa al figlio ed ecco che il servizio clienti Disney ha pensato a loro, dall’alto della loro magnanimità. Dato che la cassa, aperta con Episodio VII, si è ormai saturata e non fattura più, serve un nuovo film per rialzare le quote azionare in borsa e ristabilire equilibrio nelle entrate operative, ops, nella forza.

Ci vuole quindi un nuovo prodotto per lanciare nuovamente il merchandise, riaprire il mercato giocattolistico, rispolverare i metodi di monetizzazione e catturare la 13° del papà che sotto la pressante richiesta dei figli sicuramente comprerà il libro ufficiale, la maglia, i pupazzi, gli oggetti di merchandise, il fumetto e spenderà gli 8 euro del biglietto per la visione in sala. Eccoci quindi con il nuovo Rogue One: A Star Wars Story. Un prodotto interattivo e tridimensionale per il mercato dei fan, il quale offre un update “trama”, una patch tecnica, un power-up grafico, un pacchetto di scenari in più e che rappresenta una variante accessoria nelle produzioni di franchise a tema. Lo scorso anno vi hanno dato il Call of Duty del cinema, quest’anno vi donano il pacchetto di mappe extra, il DLC, il bonus content da 800 punti.

Chiedo perdono a me stesso per aver visto questo film al cinema, ma la colpa è dei miei amici che si sono presentati a casa mia, hanno puntato un winchester m1887 contro il mio gatto, minacciandomi e costringendomi ad andare con loro. In realtà il mio piano era quello di boicottare tutti i futuri Star Wars esistenti e di non versare più una lira nel conto in banca di quella lobby capitalista che si diverte ad inserire messaggi subliminali satanici nei cartoni per bambini di 4 anni (ne ho beccato uno anni fà in un cartone di Topolino che andava in onda alle 7 del mattino, per bambini della scuola materna: terribile). Ma i miei amici mi hanno trascinato e non ho avuto alcuna chance di cambiare lo spazio-tempo. O andavo con loro o rimanevo a casa, da solo. Non avevo alternativa.

download-1In realtà sono partito con le migliori intenzioni. Mi ero predisposto per vederlo nel migliore dei mondi, zittendo per un attimo il disgusto che ho provato e che ancora mi fà sentire la sua nausea, dopo la visione di quel revival citazionistico nonché copia e incolla patetico mascherato da sequel che è stato Star Wars Episodio VII. Avevo messo da parte tutto. L’odio per Disney, per Star Wars, per il precedente episodio, per tutto vi dico. Anche per il genere umano (che quel film mi aveva generosamente procurato). Così mi sono seduto in sala come l’ex fan deluso che comunque è ottimista. Ero positivo e pensavo: dai, questa volta sarà un bel film, dopotutto fare peggio del film precedente è dura. Man mano che lo guardavo, era come osservare delle didascalie in sequenza di natura morta, tipo quelle che si trovano negli appartamenti privati dei cittadini che però non hanno valore alcuno, ma ti offrono dei paesaggi tecnicamente perfetti; oppure era come guardare una sorta di galleria di immagini prodotte per il vostro Pc e disponibili come avatar per il vostro profilo internet. Le finalità di quest’ultime sono unicamente cromatiche. Immagini ben gustose sotto il profilo estetico ma prive di un anima. Dopotutto, anche quel pezzo di roccia che c’è sotto casa è bello, ma non è classificabile come esistenza.

Rogue One è un prodotto costruito attorno alle figure retoriche, ai cliché e agli stereotipi, una triade di elementi che sono di una fissità immutabile, pazzesca per il loro carattere passivo e sedentario, che non collabora con lo sforzo creativo umano ma piuttosto si limita a ripetere banalmente qualcosa di già esistente che è privo di spessore in natura. Ogni fotogramma è frutto di un’impegno sotto-sviluppato, meschino, svogliato, che mostra un lungometraggio incapace di dire o fare, ma capace soltanto di fagocitare il banale e di dargli una forma quanto più apparentemente attraente possibile. Ogni fotogramma equivale ad un idea preconfezionata, ripartita nel film attraverso uno schema narrativo e strutturale prestabilito e dozzinale. Il film è un disegno schematico, e le idee del disegno sono degli stereotipi fatti e finiti. 

Rogue One è la quintessenza del prodotto commerciale costruito a tavolino. E’ un pacco-oggetto che vi viene regalato a Natale e che si deve collocare in negozio accanto al fumetto, al libro, al videogioco, al braccialetto, al pennarello, al porta occhiale, al pupazzetto della macchina e all’agenda di Star Wars. Nel complesso, offre una trama sempliciotta, personaggi stereotipati, scene e situazioni di cui si è abusato fino alla saturazione esasperante, una sinossi da software interattivo per Pc anni 90′, pillole fan-service buttate lì a caso per fare brodo, un drama ipocrita costruito a tavolino pari al messaggio morale di uno spot pubblicitario e un finale che deve farvi fare “oooh” più effetto lacrima.

rogue-one-star-wars-at-ats-620I cliché sono l’unica risorsa che compongono il film nel suo insieme e costituiscono tutti i 120 minuti di durata, tutti i dialoghi presenti (letteralmente, ogni parola!), ogni relazione tra personaggi, ogni scena e ogni dinamica d’azione messa in atto dai personaggi che sviluppa la trama fino alla sua conclusione. Questo film è la summa dei cliché assemblati per un audience disattenta, che non vede, dietro la celluloide, la finzione. E’ un film fatto, già compiuto nel suo essere prima di venire scritto. E’ realizzato attraverso un processo industriale, come il meccanismo che porta in vita il dentifricio, il comodino o il tavolo. Ci sono già i componenti, il design dell’oggetto è prestabilito e non devi fare altro che assemblare i componenti insieme, già forniti, attraverso un ordine di posizionamento prestabilito. Sai già come farlo prima ancora che venga fatto, non devi crearlo, devi solo mettere assieme i pezzi che già ci sono. Per costruirlo hanno preso dei componenti che fanno drama, azione e sentimento, presi dal PDF cliché e stereotipi del cinema: come fare un film senza sforzarsi, li hanno messi l’uno insieme all’altro e hanno così costituito il corpo di questo pupazzo artificiale, concludendo un oggetto interattivo da vendere sotto Natale, bellissimo esteticamente ma inutile. Nient’altro che una costola del mercato di franchise, costruita per estendere il guadagno economico da qui fino a Natale 2017, periodo in cui uscirà Episodio VIII.

E’ incredibile come ogni pezzo di contenuto di questo Rogue One si sia già visto in 23.000 videogiochi usciti nell’arco di 7 generazioni e in 100.000 film realizzati nell’arco di 100 anni, tant’è che anche dicendolo espressamente, non rende comunque l’idea di quanto questo prodotto sia costituito da un infinita banalità di genere difficilmente quantificabile ed esprimibile a parole. Il suo essere così privo di una qualsiasi personalità originale che si possa definire tale dona una sensazione di nausea percettibile, che stomaca lo spettatore, il quale a propria volta si ritrova davanti un collage senza fine di scene trite e ritrite che avrà già visto nel 12° capitolo di una qualsiasi saga horror. I 120 minuti di durata sono un greatest hits di cliché di un ovviale, di un dozzinale, di un già visto talmente evidente che sembra pletorico analizzarne l’essenza. Nemmeno nel peggior 007, facciamo il 18°, si erano viste così tante banalità dozzinali e prodotte in serie. Un film predisposto per essere esattamente così, realizzato in modo precalcolato, per essere nel modo in cui è stato programmaticamente progettato.

Generalmente i film sono creazioni organiche dove tutto viene generato spontaneamente, attraverso un processo omogeneo. Non c’è, quindi, “la trama”, “i personaggi”, “i dialoghi” o altro come se fossero accessori separati , ma soltanto una creazione globale realizzata nel suo insieme. La scrittura non avviene a settori, a compartimenti stagni: viene tutto da sé, generato come un unico insieme creativo indivisibile. Qui, invece, siamo dinanzi un film realizzato attraverso un processo settoriale e schematico, che và a settori separati e compartimentalizzati. Quindi, se altrove c’è “l’opera”, qui c’è invece un prodotto delineato in modo schematico, costituito da componenti individuali, settorializzati e assemblati come nei processi di costruzione industriale. Prima c’è la trama, poi personaggi e poi i dialoghi. La scrittura del film è schematica, semplicista e ricorda il processo di scrittura di una sinossi di un videogame anni 2000′. Di seguito, si può procedere a dedurre e recensire questo film attraverso un filtro altrettanto schematico, suddividendolo in componenti individuali, come se si recensissero le parti di un oggetto interattivo. 

patRogue One, a dispetto delle produzioni cinematografiche che si possono definire tali, come il più classico dei giocattoli si compone di 3 elementi separati e assemblati schematicamente. Come i pupazzi hanno braccia, gambe e testa e vengono ideati e uniti in modo meccanico e programmato, così è accaduto per il filmetto Disney. I dialoghi sono un pacchetto di frasi-tipo preconfezionate e costruite a tavolino, sono le peggiori linee di dialogo che siano mai state concepite per un film costato 200ml di dollari. Sono dei cliché stilistici validi come “esempio” negli esercizi di scrittura. Siamo dinanzi il peggior rapporto quantità/qualità di battute che abbia mai visto in un film da tripla A. Pessime in ogni aspetto. Scelta delle parole, costruzioni filologiche, sentenze grammaticali, tutto. Ogni scelta di parole è di una banalità talmente abnorme da svuotare ogni capacità umana di analisi, tanto è enorme l’ignoranza relativa all’aspetto verbale del film. Le soluzioni terminologiche e le singole sentenze che esprimono la parola dei personaggi, in un dialogo così come in un monologo, celano dei cliché assurdamente scontati, banali, prevedibili. Questo film sembra realizzato dal ragazzino di 12 anni che pensa di aver compiuto un opera matura ficcandoci dentro le frasi celebri da quotare che vengono pubblicate su facebook. Tipo quelle da “se ridono di te, un giorno tu riderai di loro. Brad Pitt“. I dialoghi sono una boiata fatta e compiuta, i discorsi sono retorici e celano tutto il pressappochismo nell’ideazione di questo film. Monologhi, dialoghi, battute e discorsi che avrebbe potuto sceneggiare un ragazzino di 1° media alla sua prima esperienza creativa di scrittura. E’ di una banalità talmente latente che è inutile parlarne per esplicitarlo, dato che, anche se detto, non rende davvero quanto questo aspetto sia così profondamente dozzinale, trito e pacchiano. E’ tutto ben visibile (e udibile).

I personaggi, tutti stereotipati e finti come una moneta di latta, rappresentanti ognuno un modello di personalità che ripete un profilo psicologico solito, banale, dozzinale, risaputo, privo di spessore. Così c’è l’eroe timoroso, l’eroe coraggioso, l’eroina che vuole vendicare il padre, il maestro di arti marziali cieco che però è spirituale, quindi non vede ma vede più degli altri perchè ha fede, il ribelle che si è ritirato che si sacrifica e il robottino che deve ispirare simpatia e dolcezza e che all’inizio odia la ragazza e invece poi diventa sua amica, con tanto di scenetta dove muore per proteggerla. La trama, l’equivalente di un videogioco. Lo sviluppo offre le idee di un gioco d’azione anni 90′. Si và dal luogo x al luogo y. Si sconfigge il mini-boss, poi si passa al livello successivo, c’è la scena story-driven, si sconfigge un altro mini-boss e poi si arriva al livello conclusivo, dove c’è il boss finale. C’è il momento sentimentale e il momento drama, il momento “eroe che si sacrifica” e il momento “sorpresa che non sorprende nessuno”. Poi, in epilogo, c’è l’easter egg. La qualità delle idee hanno la consistenza di un action-adventure per Dreamcast. “Dobbiamo salvare il mondo! Ma ci servirà la chiave. Devi andare dal Re Krotus e prendere la chiave, poi potrai aprire la porta per il terzo livello”. E così via verso la conclusione.

rogue-oneE’ tutto scontato, trito e ritrito in ogni sua sfumatura e in ogni azione diretta e indiretta che accade nel film, in ogni sfumatura sia essa verbale o comportamentale. Si nota chiaramente come hanno infilato dentro tutta l’antologia del populismo sentimentalista. Questo film rappresenta il concetto di serietà, drama e filosofia secondo un ragazzino in fase pre-adolescenziale. La profondità con la quale tratta l’argomento della ribellione, della squadra, del sacrificio e del legame, qui rappresentati in modo descrittivo e quantitativo, e non significativo e qualitativo, è pari al modo in cui i medesimi argomenti vengono scritti e diretti in uno spot pubblicitario. Sanno bene di quali meccanismi story-driven il film dev’essere dotato per attivare l’impulso istintivo che esala sentimento. Sanno come catalizzare e avvolgere il sentimento dello spettatore proponendo scenette drama-oriented che hanno la consistenza dei circuiti pubblicitari. Proponete a tavolino delle situazioni che catalizzano le emozioni umane (tipo, ficcate una bambina che piange mentre dei tipi si sparano e inquadrate la bimba mentre piange e urla e otterrete il cliché drama), fate si che l’animo della gente si ecciti inconsapevolmente e otterrete l’approvazione. Certo, dovrete accettare di fare del populismo capace di eccitare lo stato d’animo, in modo falso e ipocrita, intercettando l’argomento popolare che richiama il senso del sentimento e della concezione morale media. Non dovete fare altro che costruire delle scene che facciano del sentimentalismo ipocrita.

Gli effetti di azione e reazione non si discosto dall’ovvietà e si rivelano frutto di una progettazione standard, che già sapeva dove andava a parare prima ancora di avviarla, dato che gli ideatori coinvolti non si sono predisposti per esprimere o creare. Sapevano che dovevano fare un film sempliciotto, precotto in ogni suo aspetto, di un arrivismo creativo che mortifica l’artista che si batte duramente per creare e per far emergere la sua arte finendo invece per guadagnare in modo irrisorio. La diegesi è semplicista nonché ridotta all’osso, il minimo indispensabile che far si che il film esista e si porti avanti fino a concludersi. L’elaborazione del film non offre alcun concetto, alcuna parabola morale, alcuna profondità intellettuale. Il linguaggio è descritto e ripete una serie di meccanismi risaputi. Si anima attraverso un estetica generale a tema Star Wars ed offre una bella skin da appiccicare nello schermo del vostro computer, mentre il contenuto che anima il film stesso sembra l’action-adventure per Pc da regalare al figlio per Natale. Tutto quanto viene fatto e detto è frutto di un transfer di (non) idee prestabilite che furbamente facilitano la composizione del film, realizzato senza alcuno sforzo mentale. 

dsfsdfPer quanto le mie recensioni siano sempre vere e proprie analisi, dinanzi un film del genere è impossibile analizzare l’eventuale dottrina dei significati, dato che il film è sprovvisto di qualsiasi principio di semiologia, qualsiasi idea di fatto e qualsiasi significato. Si può parlare di quanto Marco sia intelligente in matematica se in effetti ha un intelligenza applicata alla matematica, ma se Marco non ha alcuna abilità inerente la matematica, non si può certo parlare e omaggiare il suo talento a riguardo. Come dire che Messi è un gran sciatore. Se gioca a calcio non scia, quindi non si può parlare della sua abilità di sciatore, non avendone alcuna. Così accade con Rogue One, che non lascia alcuna possibilità di ricavare ed analizzare il materiale, essendo sprovvisto di qualsiasi presupposto di contenuto che si possa definire tale. Non c’è nessuna semantica, ivi manca qualsiasi significato. C’è soltanto una bellissima composizione grammaticale, perfetta a livello ortografico, ma che poi manca di significante. Come un testo ben scritto ma che poi non ha senso.

Piuttosto è invece possibile analizzare l’intento e le motivazione che hanno portato alla costruzione di questo progetto, tant’è che si può quasi stilare un saggio breve sul rapporto psicologico tra uomo e oggetto. Si può riflettere sulle strategie psicologiche di mercato dell’industria in rapporto con i consumatori, e su come la psicologia del consumatore medio permetta la costruzione di prodotti mediocri. Viceversa, su come la consapevolezza di avere una fan-base di pecore che “in automatico” guardano e comprano perchè è Star Wars predispone la realizzazione di progetti mediocri per la massa, che affondano nella radice del pressappochismo “furbo” più totale.

neidAvete presente la mitica scena di Fracchia e la belva umana? La scena in cui il direttore parla con Fracchia, senza sapere che in realtà è la belva. “Siccome noi dobbiamo lanciare un prodotto che soddisfi il consumatore medio, che vorremmo chiamare il sempliciotto, ecco, lei che è un mediocre, li assaggerà tutti e ci dirà quale le piace di più” (discorso del direttore a Fracchia, da Fracchia e la Belva Umana – 1981). Ecco, questa associazione di concetto esplicita al meglio il presupposto di progettazione o per meglio dire il modello di costruzione, che ha portato in vita Rogue One. E’ il sempliciottoE’ un film vuoto, semplicistico ed elementare. E’ un prodotto costruito per un pubblico che viene trattato con sufficienza, come se fosse ignorante, come se fosse, ovvero, privo di discernimento per capire e discernere il film di qualità realizzato in buona fede dalla proposta prodotta in serie che nulla porta se non un infinita ripetizioni di cliché di cui si è superficialmente appropriato ed ha banalmente ripetuto, in virtù di un assenza implicita di cose da dire. Della serie: noi vi presentiamo il sempliciotto e voi, che andate dietro al franchise solo perchè c’è scritto Star Wars, lo vedete e il profitto è assicurato.

Rogue One è un prodotto di franchise creato superficialmente perchè tanto si sà che il gusto del fan può venire accontentato con poco, basta che ci sia scritto Star Wars, perchè fondamentalmente legato al franchise e in quanto tale soffre del classico automatismo dove se quel film porta il nome della sua saga preferita, automaticamente va a vederlo. Dato che per molti di loro la loro memoria non và indietro di 5 anni e dato che ignorano almeno 95 anni di cultura del cinema, dinanzi i cliché pacchiani non possono che reagire con entusiasmo. Uno che invece ha masticato cinema per qualche anno in più, davanti l’ennesima scena “hai gli occhi di tuo padre” e “l’ho sempre saputo” con l’eroe che salva l’eroina mentre stà morendo davanti il cattivo, si ritrova con un riscontro che verte più su una sequela di sbuffi e di lamenti di di noia, di seccatura per l’ennesimo cliché patetico piuttosto che su un emozione che dona entusiasmo.

phil-noto-rogue-one-fan-poster-178106Si possono annotare una serie di accessori positivi che si possono estrarre da questo oggetto: gli scenari, in alcuni casi brillanti sotto il profilo stilistico e cromatico e il carattere di un visual design differente dall’estetica canonica. Visual design che si libera del pressing d’aspettativa che invece pesava su Episodio VII, liberandosi da una certa repressione creativa che si è trovata castrata nella produzione dell’episodio canonico, che si formava su binari prestabiliti. Qui invece c’è maggiore spazio per costruire elementi e attrezzi che siano specchio di una creatività sensibilmente maggiore, più libera di esprimersi e di sbizzarrirsi e meno “incubata”. Se nel precedente non si rischiava e si proponeva un contenuto sicuro, già piaciuto ai fan nel 1977, privando il film di qualsiasi personalità estetica o concettuale originale, qui c’è un pizzico di sale e di personalità in più. Ecco quindi character design più estrosi, scenari più ricercati che offrono qualche ambiente in più nella mitologia visiva di Star Wars. I posti dei paesaggi naturali sono da cartolina, le raffigurazioni facciali di alcune creature sono interessanti, la scelta delle location e la creazione delle stesse è encomiabile sotto il profilo visivo e la fotografia è brillante, in pieno stile sci-fi fantasy. E poi? Quali sono gli altri “accessori positivi” che si possono estrarre da questo oggetto? Basta, fine. Nient’altro.

Apparte l’estetica, che offre un monumento all’artwork, il resto, come già espresso, è un filmetto di intrattenimento superfluo, un manuale di banalità di genere esasperante, un antologico di esercizi tassonomici senza fine. E’ talmente tutto così banale che la banalità stessa viene mortificata. Un autentico manuale di privazione dell’originalità, ovvero come svuotare un film proponendo un prodotto vuoto, riempito di idee-fatte già scritte e viste altrove ripetute in modo dozzinale, grossolano, scialbo. Una scatola-prodotto vuota, costruita attorno ad una ricetta fatta di regole di ingaggio già calcolate. Le regoline servono per dare forma alla strutturazione della sinossi e gli archetipi precotti servono per dare forma alle idee con le quali sfruttare le regole.

71idaogf3rlQuesto film offra un’autentica depersonalizzazione del franchise, che si attiene alla saga solo tramite una solida rappresentazione estetica, ma che poi furbamente rifila quà e là situazioni para-culo per il consumatore casuale, risucchiando ogni luogo comune deficente del cinema. Dovrei fare un articolo a parte per potervi dire ogni cliché esageratamente triviale, pacchiano e patetico che avviene, ma potrei giusto citarvene alcuni. Se non avete visto il film, non leggete quanto segue e saltate pure al pezzo successivo. Dunque: Papà che muore davanti gli occhi della figlia che piange mentre lui stà per rivelare “ciò che non ti ho mai detto”; discorsino retorico gasato-eccitante da fare alle truppe della serie “noi ce la faremo! C’è speranza! Bisogna crederci!” con le risposte dei soldati che vanno da “io credo in te” a “io sono con te…fino in fondo” con i sensi emotivi che vengono eccitati e l’audience che si gasa; il buono che sembra morire ma che in realtà è vivo, e proprio quando la buona stà per morire per mano del nemico, quest’ultimo crepa, ucciso da quello che “sembrava” morto 5 minuti prima, con tanto di sorpresa da parte della tipa; il robottino che non sopporta la ragazza e viceversa, poi però diventano amici e si affezionano e lui si sacrifica per lei/loro con tanto di scena drama con effetto lacrimuccia (patetico); la scenetta di guerra con la bambina che piange in mezzo al caos mentre viene inquadrata durante i colpi e gli spari e la ragazza che si butta coraggiosa per salvarla per enfatizzare il protagonismo femminile forzato (mamma mia quanto è para-culo questo film, e quanto si vede che vogliono intercettare il sentimento medio che si smuove nello spettatore medio); la storia d’amore di lui e lei, i protagonisti, che prima non si possono vedere, odiandosi a vicenda e riservando la loro fiducia per se stessi e poi, alla fine, si baciano proprio mentre stanno per morire. Potrei continuare citando ogni fotogramma.

Farlo significherebbe affrontare un ondata di pateticismo che viene rievocata in pieno; dovrei rinnegare le mie emozioni per resistere al disgusto che potrebbe venirmi, ricordando quello che ho visto. Un film boiata fatto e compiuto, di una superficialità abnorme, senza precedenti per idiozia, stereotipi, banalità e privazione dell’essere. Il modello di costruzione è l’esaltazione della ricetta-tipo dell’action-drama costruito a tavolino. Deve fari fare “ooh” ma anche farvi versare la lacrima, perchè se l’emozione viene innestata, più o meno il sub-conscio del cervello decifrerà il film come un capolavoro. Rogue One si allinea più o meno al livello del suo predecessore. Solo che quest’ultimo copiava da sé stesso, replicando senz’anima tutti gli strumenti mitici della saga con una variazione della forma (Luke che diventa Rey, Darth Vader che diventa Kylo Ren, etc). Questo, invece, copia da altri, replicando tutti gli schemi strutturali, le idee di caratterizzazione e le convenzioni di concetto dei film per la massa. Un prodotto di mercato superfluo, inutile e commerciale. Non lo consiglierei nemmeno ad un fanatico del franchise. Da evitare.


Rogue One: A Star Wars Story 

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  • Regia: Gareth Edwards
  • Sceneggiatura: Chris Weitz | Tony Gilroy
  • Musiche: Michael Giacchino
  • Cast: Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn, Donnie Yen, Mads Mikkelsen
  • Durata: 133 minuti
  • Anno: 2016
  • Box Office: $1.055.000.000
  • Like personale: 20%+
  • Edizione consigliata: blu-ray