Quando prendi un libro e ne trai la storia per concretizzarne un lungometraggio, per farlo dovresti costruire una visione estetica personale, che traduca graficamente i contenuti del romanzo, e, per quanto riguarda la storia, basterebbe seguire il libro. Quando, però, pisci fuori dal vaso in entrambi i fattori, direi che forse ogni elemento coinvolto nel processo creativo di riduzione e trasposizione del libro, in questo caso di Peter Pan, poteva essere impiegato altrove. Ad esempio nei campi di agricoltura, o magari in una trasposizione in CGA del videogioco Trilly Adventure (che non esiste). Perchè in Pan c’è un Peter Pan molto ignorante e molto poco intelligente, ma sopratutto c’è uno dei film più mediocri che abbia mai visto. E questo detto a riguardo di una pellicola che di fatto è la terza trasposizione storica, realizzata con la materia, del celebre libro (poi opera teatrale e poi di nuovo libro) di Barrie. Materia che tra l’altro è meno presente del cartone Disney uscito nel 1953, perchè qui quasi tutto quello che si vede è generato in digitale, e forse solo gli attori, assieme ai loro estrosi costumi, sono l’unica cosa materiale presente nel film. Probabile che anche i letti, dove all’inizio dormono i bambini dell’orfanotrofio, siano reali, ma non ci conterei troppo.

Centoquindici anni di storia da cui assorbire cultura di qualsiasi tipo e non sono riusciti a pro-creare una visione estetica e concettuale soddisfacente, ne tantomeno a rielaborare una fonte che funga da musa e dalla quale trarre ispirazione per il processo di trasposizione, processo in cui andava finalizzato un aspetto, una struttura e una personalità con le quali edificare il proprio progetto cinematografico. Posso dire che durante la fase di pre-produzione hanno assegnato le varie identità che avrebbero composto questo film in ogni sua parte, e il risultato è un opera che farebbe rivoltare nella tomba la mitologia nativa di Peter Pan e il suo creatore originale. Non ho idea di cosa pensassero quando lo stavano realizzando né tantomeno di cosa pensino attualmente coloro che sono responsabili dell’identità artistica, visuale e squisitamente ideologica, “dottrinale”, di questo film. Che poi di linguaggio ha poco o nulla, zero direi, offrendo soltanto un manuale di effetti visuali speciali tipo parco a tema Disney.

pan-06Pan, diretto da Joe Wright, è un blockbuster mass-market, un prodotto costruito a tavolino per la massa e in quale tale programmato in virtù dell’obiettivo di mercato da raggiungere (le famiglie e i bambini). Questo film vuole raccontarvi, attraverso una filologia semplice e lineare, la story-line di Peter Pan. Prima di girare un film, hai bisogno di chi interpreti i ruoli parlanti, ammenoché nel tuo film ci siano cose e non persone. Per farlo, anzichè chiamare degli attori, hanno radunato dei modelli, chiamati direttamente dalle agenzie pubblicitarie, o perlomeno questo è quello che mi viene da dire. Perche altrimenti non si spiega come mai Hook (Garrett Hedlund) sia un modello da pubblicità di profumi, un biondo e attraente Indiana Jones ringiovanito e modaiolo, mentre il bambino che impersona Peter Pan (Levi Miller) sembra il cantante dei One Direction e potrebbe benissimo essere scambiato per il volto di un cartellone pubblicitario di capi d’abbigliamento, mentre l’odiosa e inespressiva Cara Delevingne “interpreti” una sensuale, denudata e senza reggiseno Sirena che tra l’altro è interamente mappata virtualmente, ovvero generata e rappresentata in digitale, solo con il volto dell’ “attrice” appiccicato al modello computerizzato, stile Monte Rushmore, con Cara che sembra aver prestato se stessa come corpo passivo in motion capture, e non si capisce chi abbia avuto l’idea di toglierle il reggiseno, alludendo in modo subdolo al sesso, in un film dapprima tratto da Peter Pan e, in secundis, destinato ad una fascia di pubblico di giovanissimi.

Il cast di Pan è tutto fuorché azzeccato, inscenando dei modelli che sembrano aver fatto carriera negli spot pubblicitari di un’azienda di profumi. Questa scelta è dovuta a quella sorta di idealizzazione sorgente che c’è dietro i personaggi. Il concept previsto era di realizzare delle figure impostate che compiacessero i giovani e le fanciulle in erba che vanno in calore se un membro della loro boy band preferita strizza loro l’occhiolino, e così han ben pensato di riempire il loro progetto cinematografico con questo assemble di modelli bellissimi, fotogenici, impeccabili sotto il profilo estetico ma anche e del tutto vuoti in quanto ad espressività, caratterizzazione e concetto estetico, visuale, del personaggio. I volti di Hook, del 1991, esprimevano qualcosa di fatto ed erano unici, distinti e particolari. Ognuno aveva delle caratteristiche etniche, somatiche, geometriche. Quelli di Pan sembrano invece alludere ad una sorta di propaganda sui modelli canonici di bellezza diffusi dai mass-media. Sono privi di personalità e in quanto tale appaiono sullo schermo e se ne vanno senza rimanerti dentro nemmeno per sbaglio. Sono volti piatti e inespressivi.

tyrtyrtIl film è una giostra uniforme, filologica, lineare e sistematicamente programma di effetti speciali. Una costante spettacolarizzazione fine a se stessa. Pan è un videogioco: tutto gameplay e niente trama, con il lavoro principale della società che l’ha creato rivolto sulla grafica. Tante sequenze di spettacolo, e in quanto tale spettacolari (e non lo dico come implicazione qualitativa), dove, se si potrebbe interagire videoludicamente, ci sarebbe di che divertirsi, mentre, osservando passivamente come spettatore, ci si ritrova soltanto con delle immagini costruite artificialmente che non vanno oltre la materia descritta e non permettano di ricavare ed estrarre alcun significato che rimandi a qualcos’altro. C’è Peter nell’orfanotrofio ed ovviamente ci devono essere delle sequenze che siano costruite attorno a delle coreografie d’azione verticale e orizzontale che facciano spettacolo. C’è Peter che viene rapito dai pirati di Barbanera e ovviamente ecco un altra sequenza che deve sputare su schermo la baraonda caotica dello spettacolo del circolo: corde che escono da non si sa dove, salti, coreografie nei limiti della gravità, salti, esplosioni e quant’altro. Anche quando si arriva a Neverland, l’isola che non c’è, Pan prende il via e diventa un susseguirsi no-stop di scene fine a se stesse, che non fanno “trama” o “narrativa” (giammai) ma devono unicamente attivare l’interesse istintivo dello spettatore tramite lo spettacolo grafico. Pan vende una caterva di fuochi d’artificio, solo che quest’ultimi sono per intrattenere e in quanto tali non hanno altro fine se non quello di esistere per il mero spettacolo tecnico fine a sé stesso, per cui, se guardi un fuoco d’artificio, non puoi aspettarti che abbia un significato e in quanto tale esprima qualcosa, perche è come chiedere ad un cane di essere un filosofo. Non è possibile in natura.

Capisco che la direzione artistica “impostata” di questo progetto fosse volutamente semplice, senza alcun impegno e senza alcuna richiesta di profondità o di espressione intellettuale da parte dei dirigenti, ma trattare con sufficienza i contenuti dell’opera originale mi è sembrata un’occasione sprecata che invece avrebbe potuto valorizzare l’opera e in quanto tale donare un pezzo organico che andasse oltre l’aspetto esteriore e avesse, in aggiunta alla perfezione tecnica, anche un robusto comparto semantico, significativo e intelligente, che qui invece manca del tutto. Pan acceca con gli effetti speciali, prosegue con gli effetti speciali, continua verso l’epilogo con gli effetti speciali e si conclude con gli effetti speciali. Chiaramente devono pur esserci delle informazioni story-driven, perche non essendo nel parco a tema degli Universal Studios, quanto accade su schermo deve per forza di cosa essere giustificato “dentro” al film, e in quanto tale il film stesso deve comunque offrire una storia compiuta e strutturata, che qui ha luogo attraverso un modello di scrittura mediocre e qualunquista, che offre il triangolo stereotipato della narrazione: un fine malvagio, messo in atto dal cattivone di turno, una reazione ad un fine malvagio (grazie all’eroe-prescelto), la solita profezia dell’eroe|prescelto che ha ormai rotto i coglioni, ed una quest da compiere per salvare tutti e tutto, universo compreso.

Pan è regolamentato da stereotipismi narrativi impostati, messi lì perchè per forza ci devono essere, in assenza di qualcosa da dire e, quindi, di qualcosa di proprio, di originale, da dedurre e da creare. Pan, in quanto a storia, è un film già fatto, compiuto e finito prima di essere pensato, perchè programmato. In quanto tale sapevano già come farlo e dove dovevano andare a parare, senza mettersi li a lavorare attraverso un’eventuale ed ipotetico processo creativo che fosse frutto di uno sforzo mentale. Esattamente la stessa storia accaduta al pessimo, stanco e patetico Rogue One: A Star Wars Story. Stesso discorso analitico: Pan vive di cliché impostati. Non l’hanno pensato e creato: era già lì, tutto pronto per essere sistematicamente scritto e distribuito come nella piu classica delle storie trite e ritrite, di cui ormai si è abusato e di cui ormai il mondo intero è saturo (e questo lo dimostra il risultato finanziario: il film è ufficialmente un box office bomb). Un opera insomma generata banalmente e altrettanto banalmente prodotta attraverso le singole fasi di produzione, svolte in modo egregio tecnicamente ma senza che un cellula artistica che si possa definire tale sia sopravvissuta all’informe magma, fallendo quindi nel tentativo di inserirsi nel master finale da proiezione, che invece si è riempito di informazioni inutili, tutte tecniche e fine a sè stesse, senza un principio minimo di profondità.

nuovo-trailer-italiano-per-pan-viaggio-sullisola-che-non-ceIl film di Wright è stato ricavato dal manuale antologico di cliché. Analizzando il film in termini di framework, oltre a constatare la piu superficiale identità costruttiva che si sia vista negli ultimi tempi, si possono anche estrarre facilmente gli stratagemmi stereotipati con i quali la sceneggiatura è stata alimentata. I cliché sono talmente totali nel loro essere che chiunque mastichi cinema da molti anni rischia di saturarsi ancor prima di giungere al finale. Cliché brevi e contenuti che regolamentano la strutturazione e l’identità della storia (saltate questo pezzo se non avete visto il film: faccio spoiler!). Così avremo il cattivo che odia Peter e che poi gli diventa amico; avremo anche il cliché “mentre Peter sta per venire ucciso, spunta guardacaso il tipo che prima se n’era andato, con perfetto tempismo, evitando la sua morte e scombinando i piani del cattivo” (maddai) nel nome di una prevedibilità dozzinale senza confini. Avremo la scena dove l’amichetto del cuore di Peter sta per morire e lo fa in slow-motion, con tanto di musica epica sentimentalista in sottofondo con Peter che urla, in slow-motion, “noooo”, e a questo pateticismo d’annata si aggiungerà il cliché “personaggio che sembra morire e che invece sopravvive”, e tutti contenti e felici. Una matassa sentimentalista patetica, costruita a tavolino per intercettare il gusto dell’emozione della massa, ovvero del consumatore “medio”. Nient’altro che un emozione mainstream, programmata e in quanto tale finta come una moneta di latta. Chiaramente il cattivo dovrà morire e l’eroe “essere quello che per cui è nato” e via con il finale eroico-universale che lascia tutti nel segno della prevedibilità che già avevamo annusato, percepito e constatato dopo i primi 15 minuti dall’avvio del film.

A tutta questa mediocrità fatta e compiuta si aggiungono tematiche di un populismo esasperante: i bambini sfruttati dal cattivo, la tematica del prescelto che rifiuta il ruolo e che poi diventa l’eroe, la mamma perduta (e non manca nemmeno il cliché “hai gli occhi di tua madre” di quanto il bambino incontra sua madre) e tutto quello che è già stato fatto, visto e che, rielaborato a questi livelli, abbassa il livello artistico ad un grado infimo. Ovviamente non basta infilare una tematica di concetto seria per divenire “arte” e attrarre così l’interesse critico e mediatico. Dipende da come parli dell’argomento: se lo fai solo per catturare attenzione ed illuminarti agli occhi dell’altro, facendolo con una maturità e consapevolezza d’argomentazione degna di un post da tredicenni su facebook, scadi nel qualunquismo. Qualunquismo che compone la radice lessicale e argomentata di Pan. Se si ha piu di 13 anni, è difficile rimanere “accecati” mentalmente dal terreno grafico del film, perche si è fin troppo consapevoli che dietro delle belle immagini di abbellimento da scrivania non vi è nulla. Così per un adulto rimane poco o nulla, o per meglio dire il vuoto siderale.

maxresdefaultPan è così, e nel suo essere snatura l’opera di partenza e compie un atto di svalutazione dell’intera mitologia di Peter Pan. Ci sono tutti gli ambienti mitici, che però sono poco piu che artwork digitali buttati li per dare un contesto ai personaggi, dei contenitori dove i personaggi stessi potevano venire piazzati, senza che l’ambiente venga però raccontato o valorizzato (ricordate quando in Hook c’era differenza se Peter era negli ambienti acquatici o nelle montagnole verticali da cui provava a saltare per volare? Ecco). Ambienti che sono delle skin appiccicate tridimensionalmente attorno ai personaggi e che ospitano tanti spettacoli fini a se stessi e che mai offrano un contenuto intelligente. E questo è in linea con il livello artistico del film. Ci sono coccodrilli, lagune, sirene sexy e ammiccanti del tutto fuori luogo, un apparato musicale che mette in scena una Smell Like Teen Spirits dei Nirvana cantata da Barbanera e la celebre canzone punk dei Ramones (!!!) sempre da lui cantata (Blitzkrieg Pop), come se inserire brani giovanili poteva far drizzare le emozioni all’eventuale pubblico adolescenziale (che invece ha snobbato quest’opera). Io mi chiedo, ma chi ha avuto l’idea di inserire i Ramones? Cosa c’entra? Anacronismo moderno? Artisticismo? Macchè. Soltanto una cagata. La scena con i Nirvana aveva un effetto corale, massiccio, di presentazione delle cave e del nascondiglio di Barbanera, la scena con i Ramones, invece, incita banalmente laddove si prevedeva che doveva esserci dell’eccitazione da spargere.

Il rooster di personaggi, come già espresso, è patetico e non saprei come altro descrivervelo. Barbanera è uno stereotipo vivente. Carattere inesistente, personalità inesistente, fascino inesistente. Jackman è insopportabile ed è il rappresentante-interprete di uno dei peggiori personaggi mai esistiti. Dite un cattivo qualsiasi di un qualsiasi sequel di una qualsiasi saga per bambini. Ecco Barbanera. La summa di un antologia di concezioni impostate e prefabbricate. Un personaggio-boiata fallito e compiuto in partenza, forse una delle peggiori “idealizzazioni” di un cattivo mai compiute nella storia. Semplicemente uno dei personaggi piu brutti mai realizzati nella storia dell’universo. La pelata non aiuta, ne tantomeno il costume design, ne tantomento le capacità attoriali dell’attore. Tutto, a pelle, è odioso. Ogni dialogo e ogni meccanica di comportamento è l’abuso dello stereotipo di fabbrica realizzato in serie più classicamente classico.

panmoviestill-xlargeTiger Lily, che nell’originale è una nativa indiana che diventa poi amica di Peter, è qui trasformata in una figurina esteticamente carina e attraente, stile bambola di mercato, vestita con un costume design che sembra uscito fuori da una versione fantasy steam-punk. Sembra realizzata per predisporre l’entrate del film nel mercato delle action-figure. Tiger Lily viene qui fatta combattere, diventa violenta, alza mani, è fredda, inespressiva e del tutto priva di calore e di empatia, e tutto questo perverte e deturpa gli elementi della mitologia nonché il personaggio stesso (nonchè l’integrità pura del tutto), portando su schermo l’ennesimo esempio di come realizzare un personaggio femminile “puttanata” che deve alzare mani perche sennò, secondo i dirigenti, l’audience non è soddisfatta. Facciamo alzare le mani ad un personaggio femminile così la rendiamo figa: sbagliato. Il personaggio è spazzatura e con lei decade l’intero valore “rimasto” della produzione, che fallita concettualmente fallisce anche negli aspetti più “scontati” (bastava seguire la fonte da cui è tratto il film), dove bastava un senso logico perlomeno in grado di competere con il Q.I. di una scimmia per raggiungere la decenza. Produzione che ormai è fatta a pezzi e disperata, con i pezzi sparsi ovunque.

Il personaggio di Peter Pan è un flop: non è niente di tutto ciò che è il vero Peter e anche diversificando il modello caratteriale (che poi volendo ci stava e potevano dire anche la propria) tutto quello che hanno rappresentato è un bambino che si limita ad agire senza far uscire fuori nemmeno una scintilla di carattere, anche perche di azioni e di contesti dove poteva esprimersi non ce ne sono. E’ una maionetta che viene piazzata lì e deve fare questo, quello e quest’altro, ma di Peter Pan io non vedo nemmeno la sua ombra. E’ passivo e inconcludente sotto il profilo caratteriale, e non è “dentro” una buona sceneggiatura per potersi esprimere. Non esprime una personalità e non compie un cammino di maturazione, non lascia niente né se parla, né se agisce, è soltanto un child-actor diretto in modo convenzionale e sgraziato da una sceneggiatura di plastica, che ha reso di plastica tutti i suoi personaggi.

pan-film-2015E pur vero che tecnicamente è mostruoso. Pan è perlomeno solido nei contenuti generati in digitale (che sono tipo il 75% di tutto quello che si vede), ma la tecnologia è un mezzo e in quanto tale è uno strumento creato per permettersi di esprimere, quando invece è usata per mettere in scena una lunga demo tecnica delle capacità digitali allora diventa uno spreco di risorse e di tempo. La fotografia offre una colorazione sempre brillante, satura, che sfoggia le potenzialità della colorimetria 2K, frutto di scelte estrose, solari, come se il sole avesse colpito ogni bit di colore e avesse donato la temperatura, la gradazione e le tonalità più “sparate” di ogni tempo. Fotografia e scelte di design visuali che possono anche piacere e che relegano toni fantasy moderni del tutto apprezzabili ma che da sole non bastano per salvare il senso della produzione. La sua cinematografia dona una rappresentazione che può piacere e non piacere ma che, dopotutto, non rispecchia e non dona la visione che l’universo nativo avrebbe meritato, precludendo il sognante e l’onirico nel nome di non si sa quale visione modernista. Un affresco che perlomeno in quanto a scenario penso sia gradevole mentre in quanto a character design siamo ai livelli di un lavoro soggiogato dal gusto soggettivo dei diretti responsabili. 

Tecnica senza arte, forma senza sostanza, qualunquismo narrativo, bidimensionalità espressiva. Questo è Pan, che, nel suo evolversi dentro la vicenda, rischia di stancare presto, sopratutto a chi ha già compiuto e superato i 18 anni. Se masticate cinema in una certa quantità e di film ne avete visti, superata la sequenza in orfanotrofio la voglia di staccare potrebbe subire un sensibile aumento in virtù dei deja-vu e delle (non) qualità dozzinali e prevedibili che man mano verranno elargite. La sua spettacolarizzazione è degna del Luna Park, e quintuplica l’effetto sommergendo lo spettatore con una caterva di contenuti no-stop composti da coreografie calcolate che vogliono intrattenere continuamente lo spettatore stesso, dimenticandosi però che questo è un film di Peter Pan che poteva anche esprimere, e non limitarsi a descrivere. Uno spettacolo grafico continuo che ci porta sulle navi, nelle lagune, in un eventuale e dimenticato (nonché segreto) regno di cristallo perduto, nel mezzo delle violacee giungle dell’isola e quant’altro, senza darti nulla se non la mera osservazione fine a sé stessa di un reparto grafico da cartolina.

Un film massivo costruito attorno ai dettami che regolamentano la costruzione del blockbuster: personaggi macchiette e stereotipati, una trama prefabbricata con cliché sentimentalisti conclusivi (tutto pur di compiacere l’audience) e uno spettacolo visivo che di fatto compone il 95% dei fotogrammi di questo film, che offre sequenze d’azione multiple e “multigiocatore”, ricche di elementi plurali, offrendo delle danze visuali che, a me che ho 27 anni, nulla hanno detto. Quando invece si tratta di fare “trama” e di evolvere e chiudere l’intreccio narrativo (che viene esposto quando il film zittisce l’eccesso dello spettacolo per 5 minuti), tutto avviene attraverso una serie limitata di strumenti di fabbrica gia posizionati per la storia, che nulla dice e che rigurgita l’esempio di narrazione più falso, forzato e patetico in circolazione, e che dopo 115 anni di storia del cinema (o quanti sono), fa pensare che è anche troppo rivedere la stessa e solita roba.

Pan può essere di gradimento per chiunque non si aspetti nulla, per i bambini e per le famiglie, ma per chiunque scovi il lato ignorante di questo progetto, l’odiosità è difficile che non venga a galla. Semplicemente, Pan non disturba l’intelligenza umana e non offre nemmeno un disegno iniquo, come se volesse promuovere qualcosa di tremendo, e se vi piace buon per voi, nulla vi vieta di farvelo piacere e di reputarlo spettacolare con merito, ma a me non è piaciuto per niente. Tanti bei colori, un bellissimo e robusto lavoro grafico, ma povero nei contenuti. Mediocre e, a dirla tutta, quando Peter cerca di fuggire dalle cave di Barbanera assieme a Uncino, non vedevo già l’ora che finisse (ed ero solo all’inizio).


Pan

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  • Regia: Joe Wright
  • Sceneggiatura: Jason Fuchs
  • Musiche: John Powell
  • Cast: Hugh Jackman, Levi Miller, Garrett Hedlund, Rooney Mara
  • Anno: 2015
  • Box Office: $128.000.000
  • Durata: 111 minuti
  • Like personale: 30%+
  • Edizione consigliata: blu-ray