La persecuzione dei cristiani in Qatar

L’uomo ha dimenticato di rivolgersi a Dio, ma ricorda sempre e comunque di rivolgersi alle divinità pagane del calcio. L’uomo non chiama più Dio con il suo nome, ma usa il vocabolo “Dio” per descrivere un calciatore. L’appena conclusosi mondiale in Qatar ha generato un’ondata mediatica mondiale, quasi del tutto focalizzata sull’oggetto della competizione, marginalizzando, tuttavia, le problematiche sociali e politiche di cui è afflitto il paese. Se il focus primario dei media è stato il calcio ed il mondiale 2022, il focus di maggior interesse è certamente la condizione umana di chi ci vive: uomini, creature di Dio. Tra cui, i cristiani. La persecuzione dei cristiani in Qatar è un fenomeno reale, di cui ci arrivano soltanto una piccola gamma di informazioni.

La Coppa del Mondo 2022 è un espediente per addentrarci tra le stradine della società civile, «estrarre» delle informazioni e donarle al lettore, chiunque esso sia. E non che si debba attendere una manifestazione sportiva: ma dato che è avvenuta, se ne può trarre vantaggio. Cercherò di addentrarmi nello specifico, evitando qualunque tipologia di informazione generica che non permetta di idealizzare concretamente la situazione, nei limiti dell’informazione che è riuscita a varcare i confini qatarioti e a raggiungere il web. Credetemi, non è affatto scontato che si possa sapere qualcosa. Un chilobyte di informazione sui cristiani in Qatar è più raro di un 1kg di diamanti allo stato grezzo.

Il cristianesimo marginalizzato
Tra le fonti più autorevoli in materia di persecuzione e fede cristiana, esiste l’ente Porte Aperte, autori del World Watch List, documento annuale in cui si riassume la condizione dei cristiani nel mondo. Il documento 2022 riporta il Qatar al 18° posto tra i paesi in cui vige una qualunque forma di persecuzione dei cristiani. Nel rigo di introduzione si può constatare che il Qatar è «Salito di 11 posizioni rispetto alla World Watch List 2021».

Immagine presa dal documento di PorteAperte.

Si legge: «Il Paese non riconosce ufficialmente la conversione dall’islam e questo causa problemi legali e perdita dello status sociale, della custodia dei figli e delle proprietà. Gli stranieri convertiti dall’islam possono evitare tali pressioni unendosi a una comunità internazionale, ma la conclusione è che in Qatar sia i convertiti locali che gli stranieri rischiano discriminazione, vessazioni e sorveglianza da parte della polizia a causa della loro fede.».

Sugli uomini: «In Qatar gli uomini convertiti non sono esenti da pressioni familiari; quando la loro conversione è conosciuta, il parentado può minacciare di allontanare da loro le loro mogli e i loro figli e collocarli in un’altra famiglia. I cristiani in Qatar sono effettivamente isolati e hanno grandi difficoltà di incontrarsi con altri cristiani, di essere istruiti e di crescere nella fede cristiana. Nei casi estremi, possono dover affrontare traumi fisici e psicologici a causa della loro fede o anche essere espulsi dalla casa di famiglia.».

Sulle donne: «In Qatar le donne convertite al cristianesimo affrontano grandi difficoltà. La conversione dall’islam ad altra religione è proibita e chi si converte deve nascondere, generalmente, il suo nuovo credo religioso. Se la fede delle neoconvertite venisse scoperta, esse rischierebbero di essere ostracizzate dalle loro famiglie e dalle comunità locali. Le loro famiglie hanno l’autorità di limitarne gli spostamenti, di segregarle in casa, di negare il sostegno economico e vietare l’accesso a internet, al telefono o ai libri. Sebbene sia successo raramente, alcune donne sono state espulse dalla casa di famiglia, dovendo poi affrontare una società ostile alle donne che vivono da sole. Le donne convertite rischiano la violenza fisica o, nei casi estremi, di essere vittime di delitto d’onore. Pertanto, coloro che si convertono, tendono a restare in silenzio. Inoltre, le donne provenienti da un background musulmano non possono sposare legalmente uomini non musulmani.».

In un articolo riportato su hopemedia.it, un portavoce di Porte Aperte afferma: «Mentre i tifosi di calcio di tutto il mondo si riuniscono in Qatar per la Coppa del Mondo Fifa 2022, perché tutte le chiese cristiane ufficialmente registrate in Qatar sono confinate in un unico distretto?» 1. Anastasia Hartman, membro di Porte Aperte in Medio Oriente, riporta: «I visitatori vengono incoraggiati a visitare i musei, gli antichi siti del patrimonio culturale del Qatar e i centri commerciali, ma una cosa che non potranno fare sarà visitare una chiesa. La vivace comunità cristiana del Paese è stata totalmente nascosta» 2.

Addentrandoci ulteriormente tra le stradine qatariote, si scopre che «Tutte le chiese cristiane ufficialmente registrate in Qatar si trovano in uno stesso distretto nella capitale Doha: il complesso di Mesaimeer. Questo complesso è aperto ai cristiani che fanno parte della consistente comunità di espatriati nel Paese, e l’accesso è consentito anche ai visitatori non musulmani. Alle chiese non è permesso esporre all’esterno simboli religiosi, come ad esempio le croci. Le persone originarie del Qatar non sono ammesse all’interno del complesso. Al di fuori esistono alcune chiese di espatriati, ma non hanno il permesso legale di praticare la propria religione» 3.

  1. Qatar. Restrizioni e confinamento per le chiese cristiane, dal sito hopemedia.it, 23 novembre 2022.
  2. op. cit., ibidem.
  3. op. cit., ibidem.

Un passo avanti e due indietro
Tra le varie fonti reperibili, giunge in aiuto “Perseguitati più che mai. Rapporto sui cristiani oppressi per la loro fede 2020 – 2022” – ottava edizione del Rapporto della Fondazione pontificia realizzato da Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs), che riporta: «Nonostante alcuni miglioramenti, come la rimozione di taluni riferimenti anticristiani nei libri di testo scolastici, si è registrato un forte aumento delle segnalazioni di atti di intolleranza» (p. 11). E prosegue: «Le chiese sono “spesso pesantemente monitorate dal governo”, mentre per i cristiani indigeni “la vita è molto più difficile”. Secondo un rapporto, “se viene scoperta la sua fede, un convertito rischia di subire pressioni estreme da parte della famiglia e della comunità musulmana”» e ancora: «Il Qatar non riconosce ufficialmente la conversione dall’Islam (ad altre religioni, NdFabio), il che per i convertiti comporta la perdita dello status sociale e difficoltà legali relative alle proprietà e alla patria potestà dei figli. Otto comunità cristiane hanno ricevuto la registrazione statale: cattolici di rito latino, maroniti, greco-ortodossi, siro-ortodossi, copti ortodossi, anglicani, protestanti evangelici e appartenenti alla Chiesa Cristiana Interdenominazionale (un gruppo ombrello che rappresenta diverse denominazioni minori). Solo alle comunità registrate viene concesso il diritto ad avere luoghi di culto. Gli altri dovrebbero essere liberi di praticare la loro fede “in privato”; in realtà, secondo quanto riferito, temono di essere arrestati» (p. 96).

Nella pagina immediatamente successiva, reca: «In un Paese in cui l’Islam è definito religione di Stato dalla Costituzione, la legge vieta severamente il proselitismo rivolto ai musulmani. La legge “criminalizza il proselitismo a nome di un’organizzazione, società o fondazione di qualsiasi religione diversa dall’Islam, pena una condanna fino a 10 anni di reclusione”. La normativa vieta inoltre alle congregazioni di pubblicizzare servizi religiosi – e nel complesso religioso di Mesaymeer sono proibiti croci, statue e qualsiasi altro simbolo cristiano “visibile al pubblico” […]  Gli influencer dei social media hanno inoltre pubblicato messaggi in cui invitavano le persone a non fare gli auguri di Natale ai non musulmani» (p. 97).


Non che ci si aspetti – o che si pretenda – che la conoscenza comporti un cambiamento radicale, per quanto possa cambiare qualcosa in noi stessi. Né che un aumento di consapevolezza cambi la situazione in maniera instantanea e miracolistica; Dio ha rispetto del libero arbitrio ed Egli non impone la Sua Volontà, per quanto perfetta e onnipotente possa essere. Il cambiamento agisce in cooperazione con la libera volontà umana, senza che Dio imponga se stesso – Sommo Bene – alla sua stessa creatura. Tuttavia, la conseguenza del sapere, relativa ad una situazione d’oltre oceano, apre le porte alla più grande delle risoluzioni: la preghiera. Pregare per i perseguitati e per i perseguitanti.

Nell’assenza di un’idea concreta che possa operare un cambiamento radicale, materiale e sensibile, si deve poter pregare per l’apertura dei cuori di chi governa un paese e degli abitanti che lo abitano. Poichè è mediante la preghiera che l’uomo sceglie di rivolgersi a Dio e di voler cooperare con Lui, ed è attraverso di essa che Dio interviene, ascoltando anche il più lontano e perduto dei gridi.

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